La diagnosi di Fibromialgia può essere un momento cruciale nella vita di una persona, spesso accompagnata da un misto di sollievo, per aver identificato il malessere che la affligge da tempo, e da un senso di disperazione per la prospettiva di dover convivere con una condizione etichettata come cronica e incurabile.

Esaminiamo il processo emotivo scatenato da questa diagnosi e come i professionisti possono adottare un approccio più costruttivo.

Comunicazione efficace e diagnosi di Fibromialgia

La comunicazione efficace nel contesto della diagnosi medica è cruciale, specialmente in casi di malattie complesse e croniche come la Fibromialgia.

Le parole scelte dal medico possono avere un impatto significativo sulla percezione del paziente riguardo la sua condizione e sulla sua capacità di gestirla.

Esploriamo l’importanza di una comunicazione accurata e sensibile e le conseguenze che può avere sul paziente.

Esempio di comunicazione non efficace

“La Fibromialgia è una malattia cronica e dovrai imparare a convivere con il dolore. Tende ad aggravarsi nel tempo e, pian pianino, dovrai limitare le tue attività per sopportare la tua sofferenza perché non esistono, al momento, cure efficaci.”

Esempio di comunicazione efficace

“La Fibromialgia è una condizione sicuramente dolorosa, che dipende da diversi fattori, ma è gestibile grazie ad un approccio a 360° che ti spiegherò nei dettagli affinchè tu possa affrontare al meglio questo periodo di grande sofferenza. Insieme esploreremo diverse strategie per controllare e ridurre il tuo dolore e sarà mio compito offrirti del materiale utile da consultare per iniziare a prenderti cura di te. Ti informo che tante persone svolgono una vita normale e le testimonianze di guarigione sono in aumento.”

Nel primo esempio, il linguaggio utilizzato è definitivo e lascia poco spazio alla speranza, potenzialmente inducendo sentimenti di rassegnazione e disperazione. 

Nel secondo esempio, il medico usa parole che suggeriscono collaborazione e un percorso attivo e chiaro verso il benessere, che possono motivare il paziente a impegnarsi attivamente nella gestione della sua salute, offrendogli una panoramica generale delle possibili cure e facendolo sentire al sicuro e pieno di speranza.

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La reazione emotiva: paura, rabbia e rassegnazione

Le emozioni provate nel momento della diagnosi, come la paura, la rassegnazione e la rabbia, sono risposte naturali all’incertezza e alla minaccia della malattia. 

La paura deriva non solo dalla prospettiva del dolore continuo, ma anche dalla possibile perdita dell’autonomia e dalla compromissione della qualità di vita. 

La rabbia può emergere dalla percezione di ingiustizia o dalla frustrazione per la mancanza di soluzioni efficaci.

La rassegnazione si innesca nel momento in cui viene tolta ogni tipo di speranza e non vengono fornite soluzioni possibili.

Queste emozioni, se non adeguatamente gestite, possono condurre a uno stato di totale smarrimento. La persona può diventare passiva di fronte al suo dolore, accettando una vita limitata dalle circostanze.

Questo atteggiamento passivo può intensificare il dolore e la disabilità, creando un ciclo vizioso di sofferenza, agonia e disperazione.

Quando i medici usano un linguaggio che implica collaborazione e supporto, invece, i pazienti sono più inclini a sentirsi capaci di gestire la loro condizione.

Un approccio empatico può aumentare la fiducia del paziente nel trattamento e nel professionista e sarà propenso a eseguire ciò che gli viene consigliato.

Una comunicazione inefficace, purtroppo ancora molto presente negli ambulatori, può avere diverse conseguenze negative per il paziente, tra cui:

  • Aumento dell’ansia e della depressione: parole che trasmettono una mancanza di speranza possono causare o aggravare stati di ansia e depressione.
  • Scarsa aderenza al trattamento: se il paziente non si sente supportato o non comprende completamente la sua condizione, può essere meno propenso a seguire il piano di trattamento proposto.
  • Peggioramento dei sintomi: lo stress derivante da una comunicazione negativa può influenzare fisicamente il paziente, intensificando i sintomi della Fibromialgia.

Strategie per una comunicazione efficace

Per evitare queste conseguenze, è fondamentale modificare la narrazione.

I professionisti dovrebbero adottare strategie di comunicazione efficaci, lavorare sulla loro comunicazione affinchè risulti di supporto e comprendere se le loro personali credenze rispetto alla Fibromialgia sono vantaggiose oppure no.

Questo consentirebbe loro di offrire un aiuto concreto grazie a:

🔉 Empatia e ascolto attivo: mostrare comprensione e interesse per le esperienze del paziente, questo lo farà sentire importante, ascoltato e fiducioso.

🗞️ Informazioni chiare e speranzose: spiegare la condizione e il trattamento in termini che incoraggiano la speranza e delineano un percorso chiaro di gestione.

🧩 Incoraggiamento alla partecipazione attiva: coinvolgere il paziente nella pianificazione del trattamento per aumentare il senso di controllo sulla propria salute.

Non mi stancherò mai di ripetere che le parole usate durante la diagnosi di Fibromialgia sono di vitale importanza.

Una comunicazione efficace e sensibile può trasformare l’esperienza di una diagnosi da un momento di disperazione a un punto di partenza per una gestione proattiva e ottimista della condizione.

Incoraggiare una prospettiva proattiva e fiduciosa può notevolmente migliorare la gestione della Fibromialgia.

Come professionisti e caregiver, è nostro dovere fornire non solo il sostegno emotivo necessario, ma anche le informazioni e le strategie migliori che permettano ai pazienti di vivere una vita piena e soddisfacente nonostante il dolore.

Questo articolo è rivolto a chi ancora oggi si permette di distruggere il futuro di coloro che stanno soffrendo pronunciando parole come cronica e incurabile.

Quella diagnosi fa più male della sofferenza fisica perché toglie ogni tipo di speranza.

Mi auguro che da oggi si possa essere onesti sul reale dolore della Fibromialgia, ma sempre speranzosi, chiari, sensibili e ottimisti.

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Ci tengo a sottolineare che io, Vittoria Diamanti, non sono un medico, non sono una psicologa e nemmeno una nutrizionista. Desidero sottolineare che tutto ciò che condivido si basa sulla mia storia personale, sui miei studi, le mie ricerche e sul mio lavoro, e non sostituisce alcun tipo di trattamento farmacologico, medico o psicologico.